Massa Finalese a.d. 811


 

 

Massa Finalese è la maggior frazione del Comune di Finale Emilia. Le sue origini sono antichissime; infatti già in epoca romana sul suo territorio erano presenti diverse ville rurali le cui tracce sono testimoniate da numerosi reperti archeologici, attualmente esposti nel Museo Civico di Finale. La prima fonte documentaria che cita il toponimo “Massa” viene fatta risalire da alcuni autori all’anno 811. Sede di un castello (come testimonia un documento del 1032), probabilmente localizzato nella zona detta del “motto”, Massa conobbe in epoca medioevale un periodo di grande prosperità che accrebbe vistosamente il numero dei suoi abitanti, ma nel 1345 la storia mutò improvvisamente il suo corso. I Massesi, a quell’epoca in guerra contro i Pico della Mirandola, subirono la completa distruzione del castello e dell’abitato ad opera di Paolo Pico. Il castello non fu mai più ricostruito e il borgo si spopolò. Nei secoli successivi l’abitato di Massa riprese vita attorno all’antica Pieve, ma non riuscì mai a raggiungere una propria autonomia amministrativa. Con lo sviluppo di Finale, Massa ne divenne col tempo una frazione, ma dopo la seconda guerra mondiale abbandonò la sua vocazione di centro agricolo sviluppandosi rapidamente grazie ad alcuni insediamenti industriali per la lavorazione delle carni e per la produzione di zucchero. Il centro della cittadina si presenta oggi come tanti altri paesi della Bassa modenese, ma la sua periferia vanta alcune ville che testimoniano il soggiorno di una ricca classe di proprietari terrieri.

Una delle maggiori residenze presenti nel territorio della bassa modenese, Il castello fu costruito per volontà di Vittorio Sacerdoti, conte di Carrobio, dal 1898 al 1900. A questo periodo risale il suo primo nucleo, che fu successivamente ampliato dal 1911 al 1914 su progetto dell’ingegnere Ettore Tosatti di San Felice sul Panaro. Il grande edificio si ispira come modello al castello tedesco di Tobitshau, di cui era proprietario il fratello della moglie di Vittorio Sacerdoti, una nobildonna austriaca. Il castello è circondato da un ampio parco e situato su quelle che un tempo furono le vaste proprietà terriere del conte di Carrobio; queste includevano anche il bosco della Saliceta, una ex tenuta ducale che si trovava tra i comuni di Camposanto e San Felice sul Panaro. Il complesso, di grande effetto scenografico, venne costruito come residenza temporanea, ma svolse anche un importante ruolo di rappresentanza. Luogo di feste e ricevimenti, il castello conobbe ospiti illustri appartenenti alla casa regnante, quali il duca di Pistoia Filiberto e il principe del Piemonte Umberto di Savoia (ultimo re d’Italia), ma l’inizio della seconda guerra mondiale fu causa di un suo progressivo abbandono. Negli anni successivi il castello cambiò proprietà, ma continuò a non essere più abitato, anzi fu oggetto di numerose spogliazioni. Solo negli anni ’90, grazie all’acquisto della famiglia Folchi, furono avviati lavori di recupero dell’edificio, che divenne nuovamente residenza. La sua struttura massiccia, tutta in pietra “faccia a vista”, è alleggerita da finestre neogotiche ornate con marmi; nelle sale interne le decorazioni, in puro stile liberty, sono opera del pittore veneziano Peres. Altri abili artigiani hanno contribuito ad impreziosire l’intero complesso con inferriate e cancellate assai elaborate. All’epoca in cui i conti di Carrobio erano proprietari del castello, vi si entrava dall’ingresso principale percorrendo il lungo viale fiancheggiato da tigli che inizia di fronte alla chiesa: il viale è oggi integrato nel parco pubblico cittadino.



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